Storie di un Viandante

ovvero: dove si scopre la vita degli uomini e si riflette sulla vita di uno di loro
giovedì, 19 novembre 2009

E sissignore, m'ha fatt piacere....

Chi lo doveva dire che il viandante riprendeva a scrivere? Ahahahahahahah. La verità è che sono un grandissimo opportunista che si rifugia nella scrittura solo quando la vita gli va male.

Perchè è come un cerchio che si chiude, credo. Tutto iniziò con Necrospection. Abbandonai quel posto poscia che l'nostro inclito guerriero s'ebbe in quel di Puglia a trovar l'amore sittanto agognato. E si riprende qui, daccapo, quando oramai l'amore appare perduto senza speranza.

Ma che ci volete fare? Molti scrittori se mi leggessero s'incazzerebbero da matti; altri si rivolterebbero nelle tombe. Perchè direbbero "Grandissima testa di cazzo, la scrittura è un mestiere, non un amico da visitare solo quando ci fa comodo... Scriptor eris in aeternum, ma tu sei uno scrittore spogliato dai voti"... per la verità quei voti non li ho mai presi. Ma sempre per una questione di opportunismo. Cioè voglio dire, si scrive, si fa poesia, si gira un film, si compone musica, quando e se si ha qualcosa da dire. Ma io che cazzo ho da dire? Sì, ho scritto, ma poi ho abbandonato tutto. Perchè non sono fatto per creare, non ho genio. Io sono un parassita. Mi nutro del lavoro altrui e oso persino farmene un'idea e commentarlo. Sono un critico, non un artista... che mestiere di merda.

E quindi eccomi tornato. Ho iniziato in un blog e ora finisco in un altro blog, sperando di poter presto abbandonarlo dinuovo.

E datemi questo bentornato, cazzo!

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venerdì, 15 maggio 2009

ancora sulla morte


Eh si! Ancora sulla morte... ho sempre avuto un innato feticismo per le ridondanze.
Oggi ho spezzato una vita. Ho DOVUTO spezzare una vita... e ci ho imparato molto, anche se non c'era nulla da imparare.
Oggi un passero è rimasto intrappolato in veranda. L'ho trovato sul divanetto a zampe in su che si contorceva. Era entrato da chissà quale fessura su nel tetto e non era più riuscito ad uscire, poverino.
Faccio medicina mica per niente, era vivo, e sono andato a vedere come stava. L'ho raccolto e ho visto che aveva picchiato la testa contro il vetro, proprio sopra l'occhio sinistro. Ho provato a metterlo a terra ma non riusciva a stare sulle zampe. Tutto ciò che riusciva a fare era mettersi a zampe in su e muoversi furiosamente. L'ho lanciato in aria per vedere se riuscisse a volare ed è ricaduto a terra, muoveva solo l'ala sinistra. Mi son sentito morire dentro. Ok, mi son detto, fai medicina, cerca di capire se ha un'ala spezzata.
L'ho raccolto ma l'ala destra non pendeva, era saldamente incollata al corpo... non era rotta. Ho notato la sua zampina destra, fortemente retratta e adesa all'addome. Immobile.
Ho qualche cenno di neurologia in memoria, così ho provato di forza a estendergli la zampetta. Il tono muscolare era molto pronunciato; in più quando estendevo la sua zampa, si chiudevano le dita, segno che i tendini erano in forte trazione. C'è poco da fare, ho pensato... Trauma sul cranio a sinistra ed emiparalisi destra... la diagnosi è facile: lesione del midollo spinale al di sopra della decussazione delle piramidi. Un uomo ci può pure sopravvivere... ma un passero?
Gli ho chiesto scusa, ma dovevo farlo. L'ho preso saldamente e gli ho sbattuto la nuca contro un albero in giardino... forse il timore mi ha fatto tirare un colpo troppo debole, o comunque non bastevole ad ucciderlo. L'ho sbattuto di nuovo, e poi ancora. Il collo pendeva, gli occhi erano chiusi, ma il cuore batteva ancora velocissimo. Potevo sentire il sangue scorrere ancora nel suo corpo. Gli ho dato un ultimo colpo. Decisivo.
Non posso fare a meno di pensare una cosa: ho fato bene o ho fatto male? Chi sono io per portare via una vita, così, senza motivo? Ma d'altronde, potevo lasciarlo soffrire? Chi sono io per prendere una vita?
Non so che valore dare a tutto ciò, sono confuso.
Ma oggi ho capito che cos'è la vita... basta così poco per portarla via...















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venerdì, 01 maggio 2009

sorella morte

esce il sole 012

eh io le volte in cui stavo x morire non le conto più... a volte me la sono cercata io, altre volte stava venendo di sua volontà. a volte l'ho cercata e son stato lì lì per buttarmi dalla finestra (davvero) ma per fortuna non l'ho fatto. Dico x fortuna, perchè mi sarei precluso molta della conoscenza che oggi ho. L'ultima volta che ho visto la morte negli occhi a un palmo dal naso è stata a 19 anni. Strada bagnata, eravamo in 4, abbastanza brilli. abbiamo fatto uno scontro a 140 all'ora contro un muro. siamo andati in testacoda parecchie volte. Lì l'unica cosa che riuscii a pensare fu: "no, non è adesso che me ne vado". solo questo. mentre tutto il mondo girava vorticosamente, mentre c'era un rumore infernale, io riuscivo a pensare solo questo. E' come se la morte mi avesse chiesto, e io avessi risposto "no grazie, non ora". La morte fa parte della vita, è stupido pensarla diversamente. In altre culture la morte è ben accettata a livello sociale; da noi è un tabù: non se ne parla mai o si evita accuratamente di farlo. Ma perchè, visto che è parte integrante (e lasciatemelo dire) fondamentale di ognuno di noi? Secondo me ci s'è messo il cattolicesimo romano a rompere le palle... semplicemente perchè la morte per il pensero moderno vuol dire lasciare tutte le proprietà, che durante la vita hai accumulato facendoti un mazzo così. E' inutile che lo neghiamo. Siamo stati abituati alla cultura del materiale, sin dalle dominazioni greche, attorno al 300 a.C. Più hai e più sei. se non hai niente, non sei niente.
Si racconta che un giorno, mi pare Aristotele, mentre andava nella reggia di alessandro magno, incontrò il filosofo Diogene Laerzio (un filosofo che viveva in una botte e da straccione, per dimostrare che non servivano troppi beni materiali per vivere) e vedendo che Diogene stava mangiando delle cicorie selvatiche, sprezzante per quel cibo così umile, gli disse "non sarai mai un vero filosofo finchè mangi cicorie selvatiche" e Diogene rispose "non sarai mai un vero filosofo finchè non impari a mangiarle". è semplicemente spettacolare! Poi il medioevo cattolico si è impadronito di platone e aristotele e tutto il resto l'ha dimenticato, compresi i naturalisti ionici e plotino, che erano praticamente uguali al taoismo. Siamo cresciuti sempre più nel materialismo, di modo che la morte x noi occidentali significa "privarci di tutte le cose che ci siamo guadagnati in vita"... ma onestamente è una cazzata! dal momento che sai che nell'aldilà non potrai portare nulla, accetta sto fatto e vivi di conseguenza! Dicono bene gli indiani... quando è arrivata una certa fase della vita, bisogna imparare a distaccarsi dal materiale, dai legami, dai desideri e iniziare a coltivare l'idea di "lasciare il corpo". Non dicono "morire" ma "lasciare il corpo"... non lo trovate bellissimo? Morte e vita e poi morte e poi vita... che c'è di più naturale?
Non ho mai preso una birra con la morte, ma se mi ci date un po' di tempo (la strada la sto già facendo) posso arrivare ad accettarla benissimo.
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mercoledì, 29 aprile 2009

la beatitudine

varie 028
E la beatitudine arrivò improvvisa, mentre la mia schiena piegata sulle piante veniva bagnata dalla pesante pioggia.
Però è durata poco, come quel temporale pseudo-estivo... ma del resto non mi aspettavo il nirvana, è già tanto ciò che ho ricevuto. E come sempre partiamo dall'inizio.
S'era in quel di Bari, precisamente al porto, dove mio zio mi aveva cortesemente invitato a bordo della nave di cui è ufficiale. Lo ammetto, sono provinciale. Mai salito su una nave da crocieraImmaginate lo stupore nell'ammirare tutto quello sfarzo, quel paradiso di plastica confezionato in solido acciaio. Bello però, accidenti! Però io sono così... ovvero non guardavo tanto le moquette, gli ascensori di vetro, le maniglie dorate... no! Mi interessavano i vani di servizio, i camerieri, i cuochi, i garzoni, la security. Un mare di indiani, filippini, malesi, tutti cordiali e sorridenti. Plastica, appunto.
Ma vicino i locali di servizio, lì vedevi la verità. Dove tutta questa gente si raccoglieva per discutere. Lontano dai passeggeri coccolati. Lì magari si scherzava, si fumava in compagnia, magari si faceva a botte e non escludo che a volte si possano uscire i coltelli... ma è la verità.
E stamane l'amara riflessione, ancora una volta scaturita dal leggere, nel libro "la fine è il mio inizio", che quando il giornalista Tiziano Terzani era in Giappone, si sentiva stretto, scomodo e voleva andarsene al più presto, da cui la sua grave depressione.
Bene, anche la mia situazione è simile. La vita, i genitori, la mia vigliaccheria (o troppa accondiscendenza) mi hanno costretto in un ruolo che mi stritola come un boa.
E finalmente ho ammesso a me stesso di stare male. Basta prendersi per il culo, le mie materie di studio le vivo come una costrizione e lo sento nel fisico, altro che!
Ma non è solo questo... è anche la routine. Soprattutto questa. Mi sveglio ogni mattina alle sei, sto all'università dalle 8 alle 18 e arrivo a casa attorno alle 19.30 stanco morto... che è già tanto se riesco ad arrivare sveglio alle 22. Tutti i giorni così, un pollo in batteria. Mi sveglio e all'improvviso è già ora di tornare a dormire, e mi chiedo "ma che cazzo ho fatto oggi"? Confondo i giorni perchè ogni giorno è uguale. Non vado in vacanza da ormai 6 anni. I colleghi dell'università che vedo ogni giorno non mi piacciono, parlo si e no con due o tre di loro... non per snobbismo, è solo che loro son tutti avanti con gli esami, studiano in continuazione, parlano solo di università e discoteche... come posso starci dietro? Bravi diventeranno ottimi medici se continuano a studiare così tanto... sono tranquillo perchè un giorno so che potrò mettermi nelle loro mani senza dovermene pentire. Io sono sbagliato, non loro. Loro son dei prodotti perfetti di questo sistema educativo.
Mi stanco sempre più facilmente, mi pesa l'uscire di casa... ormai non riesco più. Voglio una pausa da tutto. Ho bisogno di uscire dal mio contesto.
Da cui l'idea di mandare tutto a cacare e prendere il largo a bordo di quella nave. Magari come mozzo, come facchino, come lavacessi ma, dio mio, lontano da qui e finalmente SOLO.
Perchè ho bisogno di stare da solo per un periodo... Perchè le pressioni dei miei genitori e le aspettative di chi mi circonda mi impediscono di capire chi sono io.
La cosa è molto difficile. Ho mille interessi: mi piacciono le arti marziali e le armi: mi diletto a sparare, tirare con l'arco, maneggiare coltelli, sciabola, bastoni lunghi e corti. Mi piacerebbe lavorare la ceramica, amo leggere e a volte scrivere. Quando capita disegno. Mi piace la botanica, lavorare il legno, aggiustare oggetti, fare fotografie (come quelle che trovate in questo post) e tanto altro... Chi sono, alla luce di tutto ciò?
Facile dire "io sono io"... lo si può dire con la bocca, ma pochi riescono a dirlo col cuore.
Donde la mia crisi, che dura ancora adesso.
Ma passiamo alla beatitudine.
Ero nel piccolo orto dietro casa a controllare come crescevano le piante di fave... maluccio in verità, andavano spuntate. Così ho preso le cesoie e- zac, zac, zac- ho iniziato il lavoro. Quando all'improvviso un tuono fortissimo ha rimbalzato in quel cielo plumbeo... e la pioggia non s'è fatta attendere. Prima come un'acquerella leggera, poi più pesante. Non avevo ombrello, ma ho continuato a lavorare, chino sulle piante. Totalmente fradicio. Sentivo l'acqua scorrermi sulla testa e da qui sul viso, lavarmi di tutto quel fango morale. Ho voluto continuare a lavorare. Perchè fuggiamo la pioggia? E' tanto bella... E dopo poco ha smesso, regalandomi, per il mio gesto, questo bellissimo arcobaleno:

varie 027Ne è valsa la pena o no? E' allora che mi sono sentito unito con tutto: con le piante di fave, col terreno, con l'acqua, col cielo... è pace, è pace, c'è poco da fare.
E ciò che resta è acqua che cola dalla grondaia rotta, che descrive cerchi sulle mattonelle

varie 030O qualche geranio imperlato d'acqua.

varie 031Beatitudine momentanea che scorre via o evapora come acqua piovana. Come del resto tutto, nella nostra esistenza.
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mercoledì, 22 aprile 2009

elezioni e celebrazione del trash

Europee in vista... e io camminando per le deprimenti, vuote e insensate vie di Bari cosa vado a trovare? Questo capolavoro.... Secondo me quest'uomo è semplicemente un genio!!!!

Immag000
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lunedì, 20 aprile 2009

inside my shell i wait and bleed

"Tu prova ad avere un mondo nel cuore e non riesci a descriverlo con le parole, e la luce del giorno si divide la piazza fra il villaggio che ride e tu, lo scemo che passa".
Di nuovo qui, ancora una volta come altre centinaia. Di nuovo solo; anzi se lo vogliamo dire, sono sempre stato solo e solo ora me ne rendo conto. Perchè purtroppo i condizionamenti di un clima perbenista fanno sì che io non possa parlare liberamente nemmeno alle persone più care che ho attorno.
Mi sento davvero stupido e solo. Mi sento deriso. Sconfortato. Lo studio non mi dà soddisfazioni, o sono io che non do soddisfazioni a lui. Fallimentari, io e lui. Ci giriamo intorno per inerzia, io e lo studio, giocando a chi ha l'attrito maggiore, a chi si stancherà prima. Non riesco ad esprimermi come vorrei. Come devo fare?
Non ho più stimoli.
Mi riesce difficile anche scrivere queste dannatissime righe. Scusate, per oggi e tutto.
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martedì, 14 aprile 2009

Non siamo, non siamo, non siamo

La vedi nel cielo quell'alta pressione?
La senti una strana stagione?
Ma a notte la nebbia ti dice d'un fiato
e il dio dell'inverno è arrivato.
Lo senti un aereo che porta lontano?
Lo senti quel suono di un piano
di un Mozart stonato che prova e riprova
ma il senso del vero non trova?
Lo senti il perché di cortili bagnati
di auto a morire nei prati,
la pallida linea di vecchie ferite,
di lettere ormai non spedite?
Lo vedi il rumore di favole spente?
Lo sai che non siamo più niente?
Non siamo un aereo né un piano stonato,
stagione, cortile od un prato?
Conosci l'odore di strade deserte
che portano a vecchie scoperte,
a nafta, telai, ciminiere corrose
a periferie misteriose,
a rotaie implacabili per nessun dove,
a letti, a brandine, ad alcove?
Lo sai che colore han le nuvole basse,
e i sedili di un ex terza classe,
l'angoscia che dà una pianura infinita?
Hai voglia di me e della vita,
di un giorno qualunque, di una sponda brulla?
Lo sai che non siamo più nulla?
Non siamo una strada né malinconia,
un treno o una periferia,
non siamo scoperta né sponda fiorita,
non siamo né un giorno né vita.
Non siamo la polvere di un angolo tetro
né un sasso tirato in un vetro
Lo schiocco del sole in un campo di grano,
non siamo, non siamo, non siamo?
Si fa a strisce il cielo e quell'alta pressione
è un film di seconda visione,
è l'urlo di sempre che dice pian piano:
non siamo, non siamo, non siamo.

Come da titolo, come da Guccini.
Perchè ha ragione.
Perchè basta un terremoto che faccia più di 10 morti che la gente se ne accorga. I miei amici sensitivi dicono che la matina del terremoto hanno sentito una forte angoscia e solo dopo hanno sentito la notizia al tg... sarà, io non credo in loro, ma anche se fosse secondo me sono degli stupidi... E su alcuni siti si fa un gran parlare di apocalisse, del penultimo sigillo che è stato aperto, di visioni mistiche... e io sto qui a chiedermi se sono più cretino io che non prendo nulla sul serio, o loro che prendono tutto troppo sul serio. Che poi alla fine, morire per morire, meglio morire da giullare, almeno non hai un nome da tener saldo e soprattutto quando muori ti puoi fare una sonora risata, in barba a tutti quelli che muoiono pensando a ciò che perderanno. Già. Il giullare quando muore è felice perchè pensa a ciò che troverà.
Quindi Parapààààààààààà grandi squilli di trombe. Meteoriti, uragani, terremoti, alluvioni. L'acqua diventa rossa, le stelle cadono, mille e mille locuste con testa di leone e coda di scorpione che escono dal pozzo. E quattro cavalieri a brandire le spade su destrieri terribili. Più che l'apostolo Giovanni sembra un film di Spielberg.
Il punto è che l'uomo crede di essere importante, pensa di essere al di sopra della natura. Pensa che ci sia qualcuno a giudicarlo. Ma io vorrei sapere perchè dio giudica gli uomini e non gli animali nel nuovo testamento, mentre nell'antico affoga sia gli uni che gli altri. Risposta: perchè il Diluvio è un fatto storico accaduto. Il giudizio universale è una fiction di italia 1. Il cane o il bradipo o l'ippopotamo o il prezzemolo, o la maggiorana o il cactus non pensano a quando saranno giudicati. Il cane o l'anatra o il leopardo non si credono importanti, non credono di avere un posto in questo mondo. Noi sì. Gli uomini sono ossessionati dal dover trovare un posto nel mondo, ma di fatto questo posto non esiste. se esistesse a priori si potrebbe trovare... il fatto è che il posto uno se lo crea. E' un artefatto, frutto dell'avidità umana. Anche dire "il mio posto nel mondo è aiutare un altro" è una forma di avidità. No. Gli animali e le piante vivono e le seghe mentali ce le lasciano fare a noi... Viene il terremoto? Bene, sono cose che capitano. Non è il primo e non è l'ultimo, ma noi saremmo dei coglioni a cercare segni nei segni, e vederci il frutto di un dio-giudice col dito puntato su un'umanità depravata dal vizio. Non ci sono segni del giudizio; dopo ogni disastro, la vita riprende perchè DEVE riprendere, HA BISOGNO di riprndere, altrimenti non sarebbe mai nata. E per vita non intendo solo la vita organica. Nel concetto di vita si intende una qualsiasi volontà d'esistenza.
Quindi il mio messaggio a questi mistici catastrofisti che popolano la rete è: voi non capite il vostro stesso messaggio. Siete solo dei poveri idioti simil-democratici, e soprattutto non servite a nessuno.
La messa è finita, andate in pace!
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martedì, 10 marzo 2009

questa domenica in settembre

Questa domenica in settembre non sarebbe passata così, l'estate finiva più "nature" vent'anni fa, o giù di lì.
E l'amico Guccio torna a suonare nel lettore dopo anni. Eppure a volte non mi spiacerebbe essere quelli di quei tempi là... sara per aver 15 anni in meno, o avere tutto per possibilità.
Perchè ho fatto un brutto sogno dove lei era con l'altro e o cantavo 'o camurrista con voce melodico-napoletana e mettevo paura.
E la mente va da sola e vola attraverso spiagge di creta a toccare camini d'alabastro. Sicchè possa. O non possa. Poichè non voglia. E se ha voglia volesse volere lontano da qui. No, qui non si fa credito, chè siamo già abbastanza ubriachi... le carte poi il caffè della stazione per neutralizzare il vino.
E si può sapere che hai? Ho la pleurite atavica mentale, forse. O forse no. Forse son solo malato... forse son solo sano. e affanculo le maiuscole. porcodiddiomaiale. E bestemmio perchè mi va, non perchè ce l'abbia davvero con dio. anzi io amo dio. e affanculo pure gli spazi. destrutturalizzazionedellagrammatica. porca madonna.
E nessuna direzione venne indicata.... e nemmeno gli errori vennero corretti, sicchè andò avanti a scrivere a casaccio, come capitave. ellallare coribona gelsomini.
e
r
r
a
re
mollacchio fallesimo corcinesio antriere. ladri e profeti di futuro mi hanno portato via parecchio.
E il siglor bellecchio ebbe ragione a dire che ero stanco ma avevo un martello nascosto nella manica dell'elefante. E che ci feci? gli diedi un copertone all'aglio nel sedere, e nel sedersi cadde perchè nin c'era la sedia. Perchèp preoccuparsi se uno è ubriaco? lòa fortuna arride agli ubriachi... diceva Bukowski (qui la maiuscola ci vuole d'imperio) che "se sei ubriaco la forutna t'ha da assistere x forza" ed e vero, porcoddio e la madonna sarda e laida.
Come vorre i sapere davvero come fa la canzone "'o camurrista"... qualcuno di voi ,la saù? me la può diree? dio scaldabagno al sugo! ogni sera là a passo di danza salire le scale. parararà.
E io scrivo sperando di nonn accorgermi di scrivere.
Che fine ha fatto quella tipa di biologia§? era strana... ti piaceva? no. mi stava sul cazzo. non era proprio il mio tipo. e son passati già 5 anni.... dio squalo nauseabondo! michele loiodice, vincenzo mangiatordi cosimo.... cosimo qualcosa.... non ostante tutto erano simpatici. ero io che non lo ero. io ero cattivo
lo diceva pure emanuele, il testimone di Genova. ma non era genovese. genova è una città in provincia di udine dovwe gli abit<anti sono tuttti malesi e udinesi e camminano con le mani in tasca. sasserello bulcestico locretese miceneo. gillocrostico erebbato illumistro colliere derettistico beltramico vretterdimo milese. siete tutti stronzi e io son peggio di voi. fanculo al mondo e in culo pure al jazz.... e se il sig Morton s'incazzasse.... son cazzi sui. fanculo a tutti. io sono ubriaco. e tanto fa!
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lunedì, 02 marzo 2009

il giorno di pioggia in cui reincontrai il regista

Pioveva, stamane... e se pioveva!
Ma non pioveva deciso.... pioveva svogliato, del tipo "ora piovo, ora non piovo più... ora piovo un altro po', poi smetto, poi ripiovo..." e così via.
Sicchè si fa strada nella mia coscienza il pensiero di dover orinare. "Ore 8.30 del mattino", in italiano e per uno che debba pisciare, significano pressappoco che sono aperti solo i bar. E al sottoscritto non piace pisciare nei bar... perchè si dà il caso che io non voglia dare conto al barista se devo "usare la toilette". Mi piace entrare in bagno, pisciare e uscire.... è la cosa più semplice del mondo. Ma sto divagando.
Passo davanti all'Ateneo... non l'ho mai frequentato... però ho immaginato che lì un cesso ci deve essere sicuramente.
E così il nostro eroe inizia a vagare per l'Ateneo. Androne, portici, primo piano... scena archetipica e stereotipo di tutte le università mondiali. Dico di più, universali: ragazzi che aspettano nel corridoio e ripetono gli argomenti per l'esame imminente. Cercando un cesso inizio a vagare per i corridoi e le ggo le insegne: "Glottologia", "Italianistica", "Filosofia medievale", "Restauro"... Tutte belle cose.... ma il cesso? Riscendo al piano terra, poi mi dico "perchè non provare al secondo piano? Arrampico le scale (fa figo quest'uso del verbo arrampicare... l'ho visto non so in che libro) di corsa e arrivo nel dipartimento di lettere e filosofia... io in incognito. Studente di medicina fra i filosofi. Qualcuno deve avermi riconosciuto... oppure è il marchio di homo scientificus che mi distingue in mezzo agli homines lecterarii... Ma gliela do a bere... sono un ottimo infiltrato e in pochi secondi prendo l'aria di chi conosca benissimo quei corridoi ed evidentemente recito così bene da diventare invisibile. Nessuno bada più a me. La mia "Queste du Graal" si conclude allorchè scorgo finalmente una porta grigia con l'effigie (probabilmente sarà un geroglifico egizio della terza dinastia) di un omino stilizato. E vicino la dicitura "toilet uomini"... probabilmente sarà stato Caldeo o Sumero. Ma capendo il senso di tale oscuro cartiglio sono arrivato nel cesso. Il resto è storia.
Esco dall'Ateneo, fresco come una rosa e mi posiziono sulla panchina, sotto la pioggia. E' bellissimo osservare il parco sotto la pioggia. Sembrava si recitasse uno spettacolo solo per me. Ogni goccia di pioggia che tamburellava sul mio ombrello era uno spettatore.... E nel frattempo, "notte ad Harlem" di Giovanni Allevi, mi incanteva lo spirito. Ed ero consapevole di tutto.
Ma fa comparsa di soppiatto il vecchio amico regista.
Abbiamo preso un caffè insieme e abbiamo iniziato a parlare di come sono trascorsi questi sei anni. Una bellissima passeggiata ha assistito a bellissimi discorsi su etica e filosofia. Ma nulla di accademico. E i nostri due eroi hanno così capito che per questo mondo c'è ancora speranza.
Grazie al vecchio amico regista per questa splendida mattinata!
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sabato, 28 febbraio 2009

sulla fatica del sognare, ovvero "intervista all'autore"



Che poi alla fine si è capito. Questo blog non lo visita nessuno, o quantomeno, pochi sono interessati ai miei discorsi.
Ma veniamo alla domanda... che ovviamente non mi porrà mai nessuno, così lo faccio io: da solo a me stesso medesimo: "Perchè hai fatto un blog"?
E la risposta segue immediata:
"Per poter parlare alla gente". Già già cari miei... io tengo in piedi questo posto, non a celebrazione della mia, invero miserrima intelligenza, ma per poter parlare, per comunicare un messaggio a voi tutti e avere una discussione che serva a voi e serva a me.
E certamente un blog è un mezzo che assicura molti più interlocutori che un'uscita al sabato sera con gli amici. Uno: Storico.
Ma probabilmente vi annoiate, nè posso pretendere di far presa sui vostri cuori con parole argute... non so scrivere, lo so da un pezzo... già perchè scrivere non significa saper usare parole come aferesi e idiosincrasia. Scrivere è esprimere la propria anima anche quando si parla di puttane e pagliacci.
Diciamo che lo scrittore è dotato di tatto, sensibilità... e sa esattamente quali sono i punti deboli della propria platea, per infilarci la penna con gesto teatrale e crear gran scroscio di lagrime.
Mmmmh..... no, decisamente non è da me. Io scrivo senza creare. Non sono il Demiurgo, sono lo spettatore della creazione, non il creatore. D'accordo, a volte sono lo spettatore della mia creazione, ma che differenza fa?
E badate che non ho alibi, mi dichiaro colpevole di non saper scrivere, altrimenti questo blog dopo un mese sarebbe già pieno di persone dall'animo ardente di dire la loro. Avrei voluto usare un mezzo di diffusione per diffondere, ma tale mezzo di diffusione è così diffuso, che la mia diffusione di pensieri si confonde nel diffondersi del pensiero degli altri. Tutti vogliono dire la loro, ed è sacrosanto, per carità.
Solo che ogni nostro pensiero viene diluito da quelli di altri MILIONI di esseri, così se versi un litro di acqua salata in un lago, quel lago resta dolce.
No ma forse mi illudo di poter cambiare le cose. In realtà forse io voglio solo fans che pendano dalle mie labbra, aspettando la manna che io verso loro.
Povero coglione!
E che senso dovrebbe avere tutto ciò? Nessuno, cazzo! Dannatamente nessuno.
Forse voglio la vita dolce senzaimpegnarmi davvero... e anche questo risponde a verità. Sono stanco.
No è diverso. Sono frustrato.
Dall'incontrare solo persone che non mi capiscono.
Ma non sarò forse io a non voler essere capito? O a parlare una lingua diversa?
Si, probabile; come vedete la medaglia ha sempre due facce, e in mezzo a tale dipolarismo io non so da che parte andare.
Vorrei incoraggiamenti che non arrivano, libertà che non ci sono, comodità che difettano... A che pro tutto questo?
Un giorno lo capirò?
Che senso ha porsi tutte queste domande?
Ti sei accorto che anche "Che senso ha porsi tutte queste domande?" è una domanda? A tal proposito, a che pro chiedersi "Che senso ha porsi tutte queste domande?".
Vago nell'incertezza con una candela smozzicata in mano.
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martedì, 24 febbraio 2009

dei delitti e delle pene



"Sai, penso che razionalmente io sia d'accordo con te...ma devi pensare che molto spesso soprattutto chi è coinvolto e ha perso qualcosa di importante per mano di qualcuno, non è pronto a vederla in questo modo...Comunque al di là della punizione credo che la prigione di oggi non sia una vera e propria punizione...a partire dagli indulti, i permessi premio, i bonus, gli sconti...La lezione impartita dovrebbe essere sicuramente di monito ed esemplare: niente comodità, lavoro duro e stare soli con se stessi...Non avere alcuno svago all'infuori del parlare con il proprio io, potrebbe essere la peggiore delle punizioni. Doversi trovare faccia a faccia con se stessi è una cosa difficile e terribile, specie quando non ci si è mai affrontati..."


Sorella permettimi di mettere in chiaro questo tuo commento, al fine di sviluppare una riflessione che forse potrà mettere in moto qualcosa dentro di te (spero, perchè è il mio intento).
Non pretendo che la mia sia una verità, capiamoci, ma vorrei invitarti in casa mia per farti vedere com'è da dentro... poi sarai tu a decidere se ti piace o meno.
Innanzitutto, dal tuo commento, appare chiaro che tu abbia sofferto. Poco ma sicuro, nemmeno tu ne fai un mistero. Concordo quando dici che ormai la prigione SPESSO (non sempre) è una pura formalità, e infatti io l'ho scritto: spesso molti vengono fatti uscire prima del tempo necessario a farli riflettere seriamente sulle loro colpe.
Però attenzione... tu parli di altro... parli di un monito esemplare. Ovvero che sia da modello a tutti: chi sbaglia paga e paga pesante, imparate a temere la legge e rigate dritti... ti rendi conto che questa è logica del terrore? Una sottomissione psicologica continua. Repressiva anch'essa.
Ma come ho spiegato (ho scritto 2 pagine di word apposta per non essere riduttivo) noi tutti, pur essendo ontologicamente uguali, siamo fenomenicamente diversi, non tutti usiamo gli stessi metodi per apprendere, e il buon tutore insegna a ogni suo allievo, in maniera diversa, sicchè l'insegnamento sia lo stesso per tutti ma con forme diverse. Nel libro di U. Eco “Il pendolo di Foucault” c'è un passo molto bello. Il protagonista sta parlando con una sacerdotessa di Umbanda (una pratica magica sudamericana proveniente dall'Africa) e le chiede se gli Orixàs che loro venerano siano delle forze cosmiche o non siano in realtà i santi della tradizione cattolica. Lei risponde:
-”L'importante è venerare la forza; l'aspetto deve adeguarsi alle possibilità di comprensione di ciascuno”.
Ognuno ha bisogno di un suo modo per capire e correggersi. C'è chi lo capisce subito, chi ha bisogno di cadere mille volte prima di riuscire a mantenersi dritto ecc. Non puoi somministrare la stessa medicina per tutti, è una cosa inconcepibile. Anche nella farmacologia è risaputo che lo stesso principio attivo, dispensato a due pazienti diversi, produce effetti diversi. Il carcere duro non è adatto a tutti. Tu devi correggere senza traumatizzare, senza creare odio nel loro cuore, senza far loro provare rancore. Non sto dicendo di trattarli come principi, ma semplicemente di fare esattamente ciò che ci vuole per ognuno; nè di più, nè di meno. Ognuno è diverso (lo sottolineo più e più volte).
Ma tu parli anche d'altro... parli di rancore. Anche se non ne parli a parole, ne a lettere. Ne parli fra le righe. Tu provi rancore. Forse odio. Forse vergogna.
A che pro?
Non sei un caso isolato... moltissimi sono come te... davanti a questi avvenimenti, come gli stupri, provano un'indignazione incredibile. Ma nel momento in cui si odia con veemenza, ci si rende colpevole di un altro reato: quello di odiare il nostro prossimo. Lo sai che non sono cattolico, ma la verità sta dappertutto, frammentata. Sta a noi ricostruirla dai suoi lacerti.
A che pro avvertire il rancore? Se una persona viene stuprata, potrà avvelenarsi la vita con l'odio, oppure cercare di superare il tutto e ritrovare la pace. Sta a lei e a nessun altro intraprendere una di queste due strade.
C'è una bellissima frase che dice “l'orgoglio non è il contrario della vergogna, ma la sua origine. Solo la vera umiltà riesce a sconfiggere entrambe le cose”.
Tu, come quasi tutti (e a volte anche io) coltivi questo orgoglio inutile, e dall'orgoglio nasce il rancore, la vergogna, l'odio e tutto ciò che ci tiene incatenati al sentire comune. Impara a trascendere le regole che tutti ti hanno insegnato, vai oltre con la tua mente.
E' indispensabile ridimensionare il proprio Ego. Non annullarlo, come dicono i buddhisti più convinti... semplicemente non ingigantirlo troppo...
E concludo con una frase che tu conosci meglio di me... non metto la fonte perchè la conosci bene. Medita bene sul significato e non dimenticarla più.

“Se li guarderai e giudicherai da buon borghese, li condannerai a 5000 anni più le spese. Ma se capirai e li cercherai fino in fondo, se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo”.

Con affetto, alla mia sorella.
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lunedì, 23 febbraio 2009

Giustizia e redenzione

Premessa: Io non credo assolutamente che esista un “giusto” e uno “sbagliato”. Se conosciamo il concetto di sbagliato è solo perchè conosciamo ciò che è giusto. Ma essendo, questi, due opposti, l'uno non ha senso senza l'altro, due facce di un'unica medaglia. Quindi ritengo che non ci sia qualcosa di “assolutamente buono” né di “assolutamente cattivo”. Prendete la pedofilia: ai tempi dei Greci era ammessa e considerata come una tappa fondamentale nell'educazione del ragazzino, oggi fa ribrezzo persino a uno come me, che ha deciso di non giudicare nessuno, per quanto possibile. E' un tabù, c'è poco da fare, ma è per darvi l'idea di come i concetti di bene e male cambino insieme all'uomo. Nulla è assoluto. NULLA. Per contro, tutto è relativo, ossia si relaziona e interagisce con i vari interlocutori. Detto ciò, giungo al nocciolo del mio articolo di oggi.
Cos'è la “società”? Società è qualunque assembramento di almeno due individui. Partiamo dal gradino più semplice possibile di società, due persone che dividano lo stesso tetto, spingendoci sino a vette infinitamente più complicate, come può essere la società della Comunità Europea in toto.
Cosa accomuna tutte le società? Le regole. Implicite, sottintese o meno.
Anche in una casa di due persone si sa che se uno va al cesso, è tenuto a pulire con lo scopino e poi ad aprire la finestra, altrimenti ne nascono possibili diverbi.
Ogni neonato che si sia affacciato al mondo esterno, nello stesso momento in cui lascia l'utero materno, ha già accettato, implicitamente e per tacito assenso, una valanga di regole.
Tali regole vanno dal “non uccidere” al “non rubare” fino a “non parcheggiare in divieto di sosta”. Beh sì, mille anni fa le regole erano parecchie di meno, ma a quanto pare col complicarsi dell'organizzazione della società, tali regole aumentano a dismisura. Focalizziamoci su quelle fondamentali.
La regola base per far parte di qualsivoglia società è che non si deve mai agire per danneggiare la società stessa. E' basilare, il primo gradino.
La comunità è “condividere, mettere in comune” e questo implica un rapporto fiduciario con ogni singolo appartenente a tale società. Tale fiducia deriva dall'essere sicuri che l'altro non nuocerà mai a nessuno. In quel caso si ha una società rilassata, per niente xenofoba, in cui gli appartenenti vanno tutti d'accordo e sbrigano i loro affari in un clima di rispetto assoluto.
Poniamo caso che, come sta succedendo spesso di recente, un individuo da poco maggiorenne, commetta uno stupro nei confronti di una sua compagna... in primo luogo commette un'infrazione a livello di quella regola fondamentale, che impone di non danneggiare nessun individuo, in nome di quelle norme sociali poc'anzi espresse.
Se sei in una società, non puoi essere individualista più di tanto, perchè non esiste nulla che sia completamente “tuo”.
Uno stupro, come un omicidio o roba simile, ti pone automaticamente fuori dalla società. Se accetti di farvi parte, è perchè ti vengono imposte regole del vivere civile, per far sì che tutti, attenendosi a tali precetti, vivano in pace con tutti, senza prevaricare. Se non ti sta bene così, esci dalla società. Tutto ha un prezzo. Che tali persone abbiano il coraggio di fondare una società autonoma in cui lo stupro è ammesso. Io credo che una tale comunità non vivrebbe più di un anno, ma se la cosa va in porto, beh, buon per loro. Saranno contenti di vivere come dicono loro.
Ma se la persona non ha il coraggio di uscire dalla comunità, cosa si può fare?
Non lo puoi mica uccidere, che ne ricavi da un atto simile? E anche la castrazione, a cosa ti porta? Perchè danneggiare irreversibilmente qualcuno che ha sbagliato? Dove se ne va il concetto di Redenzione, tanto sbandierato dai preti, ma che nemmeno sanno cosa sia?
Io penso che a chiunque commetta uno sbaglio (che è “sbaglio” solo in relazione alle famose regole della società) vada data opportunità di redimersi, di pentirsi e diventare una persona nuova.
Oggi si agisce da stupidi, all'interno delle istituzioni di Giustizia. Hai stuprato? 5 anni di galera non te li leva nessuno. Ma sant'iddio si può essere più ottusi?
La punizione di chi ha sbagliato non deve essere intesa come una sterile costrizione, ma come una correzione.
Effettivamente ci sono persone che vengono cambiate dalla galera, persone che si rendono conto della sofferenza che c'è lì dentro e divengono persone nuove. Ma altri individui vivono il carcere come una punizione fine a sé stessa, in cui al termine della pena si sia automaticamente “pagato il debito con la giustizia”... eh, magari fosse così facile! Tali persone, troppo spesso, continuano a delinquere, dimostrando di non aver imparato nulla. Di non essersi pentiti. Di non essere Redenti.
Non è un delirio cattolico, ma io credo che anche il peggior assassino debba avere l'opportunità di cancellare i propri peccati attraverso un percorso interiore di meditazione. E quando questo sia avvenuto davvero, sta alla società accoglierlo, senza provare rancore.
A quel punto, i delitti da lui commessi, saranno ferite chiuse, cicatrici visibili che però faranno camminare con la testa alta la persona che li ha commessi, perchè lui è ormai un Redento.
Ma al pentimento ci si arriva attraverso un serio percorso interiore intrapreso spontaneamente e senza costrizioni, non dall'oggi al domani. A noi sta solo mettere quella persona nelle condizioni di intraprendere tale cammino, che egli lo percorra con le proprie gambe. Ovviamente quella persona può decidere di non seguire quel cammino, è una scelta legittima. E allora che impari cosa significa vivere fuori da una società. Il pentimento, quindi, si raggiunge con l'introspezione.
Non sono pentiti quei mafiosi che raccontano tutto alle forze dell'ordine. Perchè lo fanno solo in quanto, in cambio, ricevono garanzie d'impunità o sconto della pena, scorte, nuove identità ecc...
Praticamente è come comprare un cavallo: io ti dico il prezzo e poi trattiamo, conviene a me e conviene a te. E questa sarebbe serietà?
No, il pentimento passa attraverso precise tappe. Innanzitutto, il primo gradino da salire, è costituito dal prendere coscienza di ciò che si è fatto. Né si può pretendere che tutti si consapevolizzino allo stesso modo. Ognuno ha i propri tempi e modi. Oggi la galera li toglie solo dalla circolazione per un po', non ha fini correttivi, ma solo detentivi. Non è una scuola, è un contenitore più o meno ermetico. Se qualcosa non serve a insegnare, è inutile. Quindi se a qualcuno serve la galera, ad altri possono servire altri stimoli; sta al legislatore capire ciò e provvedere. Ma la giustizia non va applicata col codice alla mano. Serve prima di tutto saggezza, perchè ci sono casi che il buonsenso giudica meglio di uno schema poco flessibile, quale può essere una legge.
Il secondo gradino da salire, una volta che si sia avuta coscienza della gravità delle proprie azioni, sta nella compassione, ossia nell'immedesimazione in coloro che tu hai fatto soffrire, per provare direttamente cosa sia il dolore. A questo punto si può decidere liberamente di salire o meno il terzo gradino: quello del pentimento. E solo chi si è pentito davvero, può decidere di salire sul quarto: quello della Redenzione, ossia quello in cui la persona giura a sé stessa di vivere in pace col mondo intero, e con sé. Molti possono giungere al pentimento (anche se poi possono continuare a sbagliare in altri modi) ma pochi giungono a redimersi. Anche se tutti, in potenza, potrebbero.
Una volta che si è Redenti, allora si diventa persone nuove e sagge, che sono state in grado di imparare dai propri errori. E vanno tributati loro, grandi onori. Essi riguadagnano il rispetto che avevano perso.
Ma oggi le regole sociali non sono più fatte per vivere bene in comunità; sono fatte solo per sfruttare la popolazione e garantire l'immunità ai potenti. E in un mondo simile, in cui l'avidità la fa da padrone, in cui più hai e più sei... non è un caso che le carceri siano sovraffollate. E allora fanno uscire le persone prima che possano avere il tempo di maturare, con tutto ciò che ne deriva. Le cose vanno cambiate alla radice. Non serve repressione, non servono i militari in strada, o le ronde, o le telecamere. Serve solo uscire dalla cultura dell'avidità, e dello sfruttamento del popolo. Finchè non capiremo questo, non ci sarà punizione che tenga.
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mercoledì, 18 febbraio 2009

lettera ad una sorella sul tiro con l'arco e sui molteplici insegnamenti che se ne possono trarre



Cara sorella lontana,
ho ascoltato con molta attenzione la tua storia. La tua situazione sembra molto soffocante... si sa che mentre si è in queste situazioni si perde di vista tutto ciò che ci circonda... stare nel mezzo di un problema è come trovarsi nel bel mezzo dell'oceano in burrasca, senza nemmeno un giubbotto salvagente per poter stare a galla... e a quel punto hai due opportunità: o nuoti finchè le tue forze ti tengono su, resistendo e sperando che arrivi una nave a trarti in salvo, oppure semplicemente mollare tutto e lasciarti affogare perdendo ogni speranza; magari nella seconda situazione io assumerei un sorriso amaro, quasi a dire "devo morire, almeno lo faccio con contegno. Post scriptum: vaffanculo a tutti!" ma questa è solo una speculazione personale che lascia il tempo che trova.
No, per la verità c'è una terza opzione... cercare di elevarsi al di sopra dell'acqua che è ovunque attorno a noi, cercare di vedere l'oceano sotto un altro punto di vista... e allora probabilmente ti accorgerai di annaspare in un misero bicchiere d'acqua... il tuo è un oceano o un bicchiere d'acqua? Prima di tutto capisci questo. E' il passo più importante, senza il quale non puoi andare da nessuna parte. Esci dai tuoi problemi, calma la mente, non farti prendere dal panico e sii analitica... ma non troppo. Il cuore non deve essere mai tagliato del tutto fuori dai nostri ragionamenti.
Esattamente come nel tiro con l'arco. Disciplina meravigliosa, credimi! Ora, io non sono un maestro (sono un autodidatta), e non ho pretese di insegnarti alcunchè, ma posso offrirti alcuni spunti, abbozzi di tecnica che io ho appreso con la pratica di appena un anno.
Così come devi decidere che decisione prendere, così si decide in che modo scoccare una freccia. Tu sei l'arco, la freccia è il tuo proposito. Il bersaglio è la tua meta... ma in realtà la vera meta siete tu e il tiro stesso. Se la tua mente non è calma, non puoi riflettere bene, così come uno specchio d'acqua increspato non riflette bene il cielo (ora, nota le mirabilie dell'etimologia: il verbo riflettere è usato in entrambi i casi), e se non rifletti bene il tuo tiro sarà inutile, sprecherai forze e la tua freccia vagherà senza senso. Che essa raggiunga pure il bersaglio materiale! Non avrà comunque raggiunto il vero bersaglio, sarà stato solo un tiro fortunato... quanto affidamento ci puoi fare sulla fortuna? E il vero bersaglio è che essa segua esattamente la traiettoria che tu gli hai dato. Da quel tiro sì, tu avrai imparato qualcosa. Inchinati davanti a quel tiro e continua la tua strada senza badarci troppo: è stato un tiro come tanti altri.
Allorchè la tua mente ha scelto il bersaglio, che la tua volontà non vacilli, che non sia colta da indecisione, non si faccia prendere dal minimo dubbio, o il braccio tremerà e la freccia sarà persa. E spesso le nostre frecce sono contate.
Perciò, nel momento di prendere una decisione la nostra mente deve essere vuota ma decisa, di modo che non nasca nè dubbio, nè orgoglio per le nostre azioni.
La mente vuota contiene tutto... per questo è vuota. Quando capirai ciò sarai a un buon punto.
Ricorda sempre che un buon arciere non è mai rigido, tanto nel corpo quanto nella mente; egli è rilassato e calmo; da questo nasce spontaneamente la sua forza e la precisione del tiro. Il corpo rigido viene danneggiato dallo scoccare della freccia... e se ti stessi domandando il perchè... è presto detto... la vibrazione creatasi quando scocchi la freccia si comunica al braccio che impugna l'arco e devia la traiettoria... ricorda sempre che appena scoccata la freccia devi far sì che interferisca col minor numero di fattori possibile. E lo ripeto perchè tu lo tenga bene a mente: la rigidità danneggia prima di tutto te stessa.
Non essere troppo affrettata nello scoccare, nè troppo lenta. Lascia la freccia con decisione disinteressata, esattamente quanto senti che è il momento.
Veniamo alla mira. Non sono gli occhi che mirano, non farti ingannare. Il tiro giusto lo senti col cuore, è una sensazione, non un dato di fatto. Solo tu puoi sapere se quel tiro è giusto o no; nessun altro può (non farti influenzare dai loro giudizi). E il tiro giusto non è mai uguale a sè stesso, non potrai mai ripeterlo una seconda volta in maniera uguale alla precedente, sicchè le regole di un minuto fa, potrebbero non valere più adesso.
Come ti dicevo, il bersaglio non è il vero Bersaglio. il vero Bersaglio è il tiro in sè; che la freccia colpisca o meno il centro, è un effetto collaterale. A volte puoi colpire il centro anche quando lo manchi completamente, perchè non sempre le cose sono come sembrano.
Questo è tutto quel poco che so e che ho potuto capire, ma lo metto al tuo servizio molto volentieri, se questo ti può essere utile, e io spero in cuor mio che lo sia.
Rileggi le mie parole e dà loro il giusto senso, e credo che saprai come affrontare molti dei tuoi problemi.
A presto, tuo fratello.
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sabato, 14 febbraio 2009

Della vita dei fiocchi di neve et dei grandi misteri

Copia di IMG_0167

Io credo che se qualcuno ha creato la neve è per il preciso motivo di suscitare in noi una malinconica riflessione (sempre che si sia al calduccio in casa). Mi ha ispirato molto vedere i fiocchi di neve che cadevano sul muretto di pietra viva del mio giardino. Avete notato come sono silenziosi? Non sono come le gocce di pioggia che affermano perentoriamente la loro caduta con quel sordo tamburellare. I fiocchi di neve indugiano nell'aria, perennemente indecisi sul posto dove cadere, si godono la discesa ma non lo danno a vedere e poi alla fine si posano senza dire una parola, un po' dove capita. Delle nevicate mi piace il silenzio.
E su cosa fanno riflettere? Mah... un po' su quello che capita. E a me è capitato di riflettere sul concetto di realtà. Beh avrei potuto parlarvi della signora che parlava alle foto anni '30 appese al muro in una sala d'attesa... ma non la voglio sprecare oggi, ne parlerò quando sarà il momento.
Ma dicevo della realtà... che cos'è la REALTA'? La risposta non è così immediata come molti potrebbero pensare...
Secondo me la realtà è un fatto di percezioni puramente soggettive. Non si può giudicare la realtà di un altro, nè limitarla, solo perchè noi non la intendiamo come la intende lui. Piccolo esempio: prendiamo un individuo che abbia assunto dell'LSD... ovviamente avrà delle visioni... Siete sicuri che tali visioni non siano "reali"? Per lui lo sono eccome! Quindi se uno vede gli alberi viola, solo perchè tutti noi li vediamo verdi, non vuol dire che gli alberi siano effettivamente verdi. La nostra mente crea il concetto di realtà, ma la trappola sta nel considerarla in maniera univoca a senso unico... un "così e basta". Però coi "così e basta" ci fai funzionare le macchine che sono monodimensionali, a input X rispondo con con output Y. La nostra natura è decisamente polidimensionale,  non dobbiamo cadere nelle gabbie mentali che ci inducono in ragionamenti "meccanici" (manco a farlo apposta).
E la colpa di chi è? Ma datela pure all' Ill.mo dott. prof. Aristotele e ai di lui commentatori medievali.
Il sillogismo è qualcosa di pericolosissimo. Secondo me ci sono 2 possibilità: o Aristotele concepì il sillogismo solo come un passatempo e non intendeva dargli tutta questo peso che gli diamo noi oggi, oppure, se dava alla figura del sillogismo una qualsiasi valenza, era semplicemente un cretino. Già... perchè come poter fare affidamento sui sillogismi se possono portarti a conclusioni aberrate ed aberranti?
I gatti sono mammiferi.
Il filosofo Aristotele è un mammifero.
Ergo: il filosofo Aristotele è un gatto.
O il sillogismo è una prova che tutto deriva da tutto e dunque noi siamo ogni altra cosa esistente e non esistente (e quindi è vero che Aristotele è un gatto), oppure non serve a nulla, perchè è un ragionamento meccanico che abbrevia i percorsi logici. Ma io so bene che in un percorso non è importante la meta; l'unica cosa importante è il percorso stesso. Se si riduce il percorso focalizzandosi sulla meta, si giunge sempre ad aberrazioni che per puro caso possono corrispondere a quel fenomeno di individualità condivise che chiamiamo "verità" e "realtà".
Ma che ci fanno i nostri bravi filosofi? Vanno a creare un manuale delle istruzioni per l'utilizzo del sillogismo, di modo che:
1) l'utilizzo di ragionamenti meccanici sia incentivato
2) se il sillogismo addiviene a conclusioni errate, la colpa è tua che l'hai usato male, quindi non te la prendere col povero Aristotele.
Sarebbe tanto più facile abbandonare i meccanicismi e ritrovare il gusto di farli con le proprie gambe, i percorsi... passo dopo passo, senza saltare.
Ma mi chiedo: quanto ne ha colpa davvero Aristotele e quanto tutto ciò non sia da attribuire ai suoi commentatori medievali? Che ruolo ha giocato l'eminente Dottore D'Aquino?
Già perchè quelli che la Chiesa Cattolica sbandiera come le proprie "carte buone" in realtà non erano affatto liberi di mente... erano indottrinati da una fede soffocante, da lavaggio del cervello.... tant'è che quelli veramente liberi, come San Francesco, li teneva lontani e quando poteva li faceva arrosto (uno fra tanti, Giordano Bruno).
Riscoprire la realtà allora che vuol dire? Tornare a camminare con le proprie gambe, non importa quanto tempo ci si impiegherà; ognuno di noi è giusto che ci metta esattamente il tempo che gli serve. Nè di più, nè di meno. Abbandonare i meccanicismi di parola, azione e pensiero è altresì fondamentale. Si inizia giorno per giorno, dalle cose piccole.
"Un viaggio di mille miglia inizia da un solo passo" diceva Lao Tzu. Giorno dopo giorno, create la vostra meditazione.
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martedì, 10 febbraio 2009

Sull'eutanasia

Vi aspettate il post di rito su Eluana Englaro? Non dirò un cazzo di niente. Ora non è il momento.
postato da ColuiCheCammina alle ore 14:52 | Permalink | commenti / commenti (pop-up)
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